Nel mondo di Call of Duty, soprattutto nelle modalità online competitive come Warzone, si parla spesso di “lobby facili”. Con questa espressione ci si riferisce a partite in cui il livello medio degli avversari è insolitamente basso, tanto da consentire a un giocatore esperto di totalizzare punteggi eccezionali (ad esempio molte uccisioni, o la serie di vittorie necessaria per una nuketown). Normalmente il matchmaking di CoD cerca di evitare situazioni del genere grazie allo SBMM (Skill-Based Matchmaking), ovvero l’abbinamento basato sull’abilità: il sistema tende a creare partite equilibrate mettendo insieme utenti di livello di bravura simile. L’obiettivo dichiarato è far divertire tutti dando a ciascuno una sfida adeguata, evitando che i principianti vengano costantemente schiacciati dai pro player. In Warzone 3, ad esempio, lo SBMM rende difficile trovare lobby facili, perché cerca sempre di bilanciare il tuo livello con quello degli altri in partita. Tuttavia, alcuni giocatori cercano volutamente di aggirare questo bilanciamento per entrare in lobby più semplici: qui entra in gioco la questione delle VPN.
Una VPN (Virtual Private Network) consente di modificare o mascherare la propria posizione geografica e instradare la connessione attraverso server di altre regioni. In ambito CoD, diversi giocatori (in particolare alcuni streamer competitivi) la utilizzano per ingannare il matchmaking, facendogli credere di trovarsi in un’altra zona del mondo. Lo scopo è forzare l’accesso a server dove, per motivi demografici o di orario, il livello medio dei giocatori risulti più basso – le cosiddette bot lobby. Ad esempio, collegandosi via VPN a un paese con pochi giocatori attivi, lo SBMM potrebbe non riuscire a riempire la partita con utenti dello stesso livello dell’aspirante “recordman” e finirà per inserire avversari casuali, spesso meno abili. In altri casi la VPN aumenta la latenza (ping) artificiosamente: il sistema di matchmaking, rilevando un ping alto, potrebbe allentare i criteri dello SBMM per trovarti una partita disponibile, anche a costo di includere giocatori di abilità inferiore pur di riempire il lobby. Dal punto di vista tecnico, quindi, usare una VPN può alzare le chance di finire in lobby più “facili”, riducendo l’effetto dello SBMM. Non a caso, servizi VPN pubblicizzati per gamer sottolineano proprio questo vantaggio, presentandolo come un metodo per ottenere partite più abbordabili e battere record di uccisioni.
Ma questa pratica è lecita? Qui il dibattito si accende, coinvolgendo sia aspetti etici sia considerazioni sull’esperienza di gioco globale. Da un lato, utilizzare una VPN non viola formalmente le regole di Call of Duty: al momento Activision non banna gli utenti che la impiegano per cambiare server, considerandolo nei limiti del consentito. Molti giocatori la usano apertamente e alcuni provider VPN stipulano persino partnership con streamer, segno che è vista come una “furbata” ma non come un cheat tecnico. D’altro canto, una fetta consistente di community e pro-player vede di cattivo occhio questa scorciatoia. Il motivo principale è che mina la filosofia dello SBMM e l’integrità competitiva: ottenere partite volutamente piene di avversari inesperti è percepito come un imbroglio morale, anche se non c’è trucco software. C’è chi sostiene che abusare della VPN abbia reso il matchmaking “completamente sballato” e che le lobby siano ormai “piene di tryhard con trucchetti, diventando un problema perfino peggiore dei cheater”. In altre parole, se troppi giocatori forti usano VPN, i server “alternativi” finiscono per riempirsi proprio di questi ultimi, lasciando ai giocatori normali un’esperienza frustante (sia nelle lobby standard, piene di pochi fortissimi e molti neofiti, sia in quelle remote con un’alta concentrazione di altri giocatori navigati in cerca di prede facili).
Un esempio concreto aiuta a capire entrambe le facce della medaglia. Diversi streamer famosi di Warzone sono stati accusati in passato di connettersi a server di nazioni esotiche pur di fare partite da 30-40 kill e creare contenuti spettacolari. Dal loro punto di vista, si tratta di offrire uno show divertente e soddisfare il pubblico con gameplay ad alto numero di uccisioni. I detrattori però sottolineano come questi numeri non riflettano realmente la bravura relativa, essendo ottenuti contro avversari di gran lunga inferiori. Di conseguenza, nascono controversie su record e statistiche: un conto è stabilire un record mondiale battendo altri giocatori d’élite, un altro è farlo massacrando principianti ignari in un server lontano. Alcuni pro player (come il celebre Scump) hanno definito senza mezzi termini l’uso sistematico della VPN “un modo di barare” quasi equiparabile ai cheat, perché si sfrutta un espediente esterno per alterare le condizioni di gioco a proprio favore. La discussione resta aperta poiché, come detto, non c’è violazione palese del regolamento e dunque ognuno deve fare i conti con la propria coscienza videoludica.
Va anche evidenziato che usare una VPN non garantisce sempre i risultati sperati. In molti riportano esperienze altalenanti: ad esempio un utente ha raccontato che, provando a connettersi a vari paesi, ha trovato “le lobby più sudate, infestate da hacker, che abbia mai visto”, anziché piene di principianti. Questo perché ovviamente non è il solo ad aver avuto l’idea – altri giocatori esperti facevano lo stesso –, e inoltre aumentare il ping può rendere il gioco meno reattivo per chi usa la VPN, penalizzandolo leggermente. Quindi per un player di abilità media, tentare la scorciatoia potrebbe rivelarsi controproducente: si rischia di finire contro gente altrettanto esperta (o sleale) fuori regione, ma giocando con una connessione peggiore del normale. Chi invece è davvero molto forte tende comunque a prevalere anche con lag, e spesso ritiene accettabile questo compromesso pur di pescare lobby teoricamente più facili.
È etico o no sfruttare queste lobby facili? Non esiste una risposta univoca e proprio per questo il dibattito è acceso. Da una prospettiva di fair play, molti sostengono che ciascuno dovrebbe giocare nelle condizioni previste dagli sviluppatori, accettando la sfida contro pari livello: solo così le partite restano significative e si migliora davvero. Scorciatoie come la VPN rischiano di rovinare l’esperienza ai nuovi giocatori (che si vedono piombare in partita un avversario fuori scala) e di falsare la percezione del pubblico riguardo alle capacità di uno streamer o content creator. D’altro canto, i contrari allo SBMM argomentano che Call of Duty era più divertente nei vecchi tempi senza matchmaking basato sull’abilità, dove capitava ogni tanto la lobby facile e altre volte si veniva distrutti – fa parte del gioco online. Dal loro punto di vista, usare la VPN è un modo per riprendersi quel divertimento spensierato che oggi il sistema nega ai più bravi, confinandoli in partite sempre tiratissime. Inoltre, dicono, se Activision permette tecnicamente di farlo e non sanziona, vuol dire che è una scelta strategica a disposizione di tutti.
Uno scenario interessante da considerare è: cosa cambierebbe se nessuno usasse queste tattiche? Se improvvisamente tutti i giocatori rispettassero pedissequamente lo SBMM senza trucchi, i match di CoD rispecchierebbero fedelmente il livello di ognuno. I fuoriclasse giocherebbero solo tra loro – probabilmente vedremmo gameplay di altissima qualità tecnica ma con numeri di uccisioni più “umani”, perché affrontare pari abilità è dura. I neofiti e intermedi invece giocherebbero tra pari grado, magari senza fenomeni fuori scala a rovinare l’esperienza con killstreak irraggiungibili. I record di kill o vittorie consecutive diventerebbero traguardi molto più indicativi di vero skill, ma forse più raramente spettacolari. È possibile che, senza l’exploit della VPN, alcuni content creator cambierebbero approccio: meno enfasi su partite da record (difficili da ottenere in lobby realmente bilanciate) e più intrattenimento basato su altro – ad esempio sfide personali, formato storytelling o puntare sull’ironia. In sostanza, un mondo “senza lobby facili” probabilmente premierebbe di più la meritocrazia pura nelle statistiche e ridurrebbe le polemiche, ma toglierebbe anche un elemento di varietà che qualcuno ritiene divertente.
Per il momento, la situazione di fatto è che l’uso delle VPN in CoD rimane una zona grigia tollerata. La palla passa al singolo giocatore: privilegiare l’onestà competitiva accettando la sfida dello SBMM, oppure cedere alla tentazione di qualche partita in discesa per gonfiare le proprie prestazioni. Questo dibattito riflette bene un tema più ampio nel gaming moderno, ovvero l’equilibrio tra competizione equa e ricerca dello spettacolo/ricompensa. Forse la soluzione ideale sarebbe affidata agli sviluppatori: ad esempio introdurre modalità di gioco senza SBMM, così che chi vuole poter ogni tanto svagarsi in lobby casuali lo faccia apertamente, senza ricorrere a trucchi di rete. Fino ad allora, la comunità di Call of Duty continuerà a discutere animatamente sull’argomento, dividendosi tra chi vede le easy lobby via VPN come una piaga da combattere e chi invece le considera un semplice stratagemma astuto nell’arsenale di un giocatore.
Fonti:
- Funzionamento dello SBMM e lobby facili in Warzone 3cybernews.com
- Opinione di un giocatore contro le VPN e impatto sul matchmakingreddit.com
- Chiarimento sull’assenza di ban per uso di VPN secondo Activisionnolagvpn.com
- Esperienza di un utente medio con VPN (lobby piene di “sweats” e cheater)reddit.com
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